Carol si apre nella strada, più come un noir degli anni Quaranta che non come un mélo degli anni Cinquanta, facendosi largo là dove, qualche anno più tardi, non sembrava potesse esserci alcuna possibilità per un amore così – diverso. Todd Haynes immerge la camera sempre attenta e discreta – sguardo consapevole della propria im-potenza – nei labirinti delle emozioni, nella profondità, nella notte, nei corridoi della passione, tra i vapori, nel vento in cui risuona la voce dell'amore, a dispetto del turbinio dell'anima e della neve gelida e dei cento occhi che inchiodano alla colpa. Ma gli occhi di Cate Blanchett accettano la sfida, riflettono l'amore di Rooney Mara e i suoi occhi teneri, giovani, che vogliono scoprire e vivere. Gli occhi di Carol sono fascinose fessure in cui non possiamo che sprofondare, colati sull'abisso senza parole, un fascino discreto che ci spalanca all'invisibile e all'indicibile. Carol suona come una brezza, due labbra carezzevoli, un fiocco di neve sul viso caldo, un tessuto di stoffa preziosa al cui tatto cogliamo il tocco del regista che sa rendere l'emozione ancora più profonda – senza soffermarsi sui dettagli fintamente erotici, tacitamente richiesti dalle aspettative inconfessate (ma fino a un certo punto) di molti spettatori maschi.

Haynes tratteggia i personaggi ma senza scavare fino all'osso e sbatterli sul tavolo operatorio, sviluppandone la psicologia ancor di più che non in Far from Heaven (2002) – un film per molti motivi e temi affine – in cui in fondo avevamo a che vedere più con dei tipi o, quantomeno, l'evoluzione dei tratti personali del personaggio principale (Julianne Moore) è compromessa dallo sviluppo narrativo. Per dirla con E.M. Forster, in Far from Heaven, anche a dispetto di quelli del regista, prevalgono i valori, in Carol il tempo, la chiave temporale in cui matura la scelta delle due donne. Haynes non enuncia, nemmeno sottolinea (come nelle inquadrature oblique di Far from Heaven che ne interrompevano l'understatement classicista), lascia tacere, impiega l'ellissi, la sua visione è sempre indiretta, una piega che si riflette e rifrange sulle superfici mai trasparenti, bagnate, increspate, opache oppure nelle fotografie in bianco e nero, ancora in fase di sviluppo. La vita interiore dei personaggi si rivela attraverso la luce granulosa del Super16mm e lastre simboliche, superfici, vetri, impressioni, un metodo sia figurativo sia narrativo che dissolve la pretesa assoluta del discorso chiaro e distinto in una molteplicità di riflessi (come nei tanti volti e nelle vite parallele del Bob Dylan di I'm not There, 2007, o nei “vetri” del bellissimo film di Jose Luis Guerin, L'Accademia delle Muse, 2015). L'emozione e l'eleganza del film si rivelano nella grana espressiva e spessa del Super 16mm (Haynes è stato finemente assistito dall'operatore Ed Lachman, a sua volta ispirato da alcuni fotografi degli anni Cinquanta come Saul Leiter), mentre il digitale avrebbe rischiato di perdere gran parte di questa pulsazione emotiva, un filtro, un velo che perfino il 35mm avrebbe parzialmente levigato.

 

 

 

 

Il film comincia tra i vapori. Visioni ostruite, rami d'alberi. Rappresentare il tormento troppo spesso scade nella menzogna, in una chiarezza che acceca e nasconde. Le immagini impedite di Haynes sono piccole feritoie sull'immensità del sentimento, sul rapporto di due corpi che si toccano in uno, incarnandosi in una splendida e fiera diversità. Sguardo penetrante ma non arrogante, che discende nel dramma ma sa esitare e perfino fermarsi, soprattutto al cospetto dello sguardo che sorride, quasi giocondo, di Cate Blanchett, una sorta di Medusa che pietrifica la volontà di sapere ancora e di più – soprattutto di noi spettatori – se non di spiare, di vedere come va a finire la storia, di vedere finire qualcosa che altrimenti, per il fatto di non finire, ci lascia l'amaro in bocca, impastata, asciutta, un racconto sospeso. Nello sguardo che sorride di Cate Blanchett balena lo splendore di un film elegante, che sa entrare nelle pieghe della vita pur planando sui riflessi mossi. Una tessitura-plissé di pieghe che – come il personaggio della Blanchett – sa riconoscere l'oscurità delle maschere e disfarsi delle convenzioni mascherate da superfici piane e difendere l'essenza scintillante della libertà. Lo sguardo di rugiada di Haynes bagna i vetri dello schermo fino al punto da inebriare i nostri occhi silenziosi e impietriti, sospesi su quelli di Carol.

 

 

Toni D'Angela