È il ritratto di una donna (Michèle/Isabelle Huppert), all'inizio vittima apparente, alla fine apparente vincitrice, filmato da Verhoeven secondo mille sapienti sfumature; ma per comprenderlo a fondo qui ci sembra opportuno utilizzare una terminologia lacaniana. Il trauma dello stupro costringe Michèle a una continua ripetizione fantasmatica - ma cosa la induce a non denunciare l'aggressione? Si è trattato davvero d'un trauma? La sospensione della risposta è la forza del film. C'è da un lato, in lei, l'imperativo d'un "Encore" desiderante (allo stesso modo in cui Santa Teresa agogna la trafittura dell'Angelo); dall'altro, il "Non è questo", un disperato non-trovare, una continua delusione senza oggetto. Ma non solo: quasi simmetricamente, avviene l'inverso da parte maschile, visto che lo stupratore, una volta smascherato, non riesce ad eccitarsi davanti a una Michèle in apparenza consenziente. Ha bisogno di esercitare violenza e, ancora di più, della sua maschera.

Il Mostro, l'Orco del videogioco inventato da Michèle (o dai suoi collaboratori) ha la stessa natura ambivalente del Desiderio: i suoi tentacoli fallici rappresentano contemporaneamente una terribile minaccia e un irresistibile richiamo desiderante. Nulla di più naturale, perciò, che qualcuno sostituisca il volto dell'eroina del videogioco con quello di Michèle. Lei è odiata da tutti i dipendenti, meno uno, per la sua durezza sul lavoro, e amata da uno solo, che non è quello che finge di amarla per scherzo, ma quello che finge di odiarla di più - forse però la sua durezza è anche ciò che innesca la maschera dell'odio e quella dell'amore, proprio come accade col fuoco nella caldaia a fiamma inversa che il vicino di casa ha costruito con le sue mani nel seminterrato dell'alloggio in cui abita. Videogioco hard e caldaia, insomma, sono gli oggetti-simbolo della stessa ambiguità - solo che la caldaia attira in un luogo nascosto, posto nel sottosuolo, nella cantina degli istinti, mentre è significativo che del videogioco la stessa Michèle non sia soddisfatta, trovandolo debole, non abbastanza impressionante, addirittura un po' sessuofobico, come se i tentacoli del Mostro non fossero, alla fin fine, altro che emblemi d'impotenza. Il fatto è che non esistono veri Mostri - o meglio, la cosa più mostruosa è che si può conversare tranquillamente col proprio vicino di casa o farsi aiutare da lui a chiudere le finestre mentre si scatena un uragano, malgrado si sappia che...

Michèle ha una madre anziana e pazza, che vorrebbe sposare un giovanotto con un terzo dei suoi anni; ha un padre condannato all'ergastolo, un pluriomicida che forse, da bambina, l'aveva coinvolta nei suoi crimini; ha un figlio un po' tonto, tiranneggiato dalla moglie, convinto d'essere il padre d'un bambino dalla pelle troppo platealmente nera; ha un ex-marito evanescente e per amante il marito della sua migliore amica... Lo stupratore si inserisce allora in un gioco ripetuto di maschere, si lascia ferire da un colpo di forbici hitchcockiane, ma non rinuncia al gioco, anche dopo essersi reso conto che ormai è Michèle a condurlo - Michèle,che ormai sa benissimo chi è, come se il desiderio (di lui, di lei) non potesse manifestarsi altro che mascherato.

Volti sostituiti, scambiati, nascosti. Il volto di Michèle sul videogioco, in balia del Mostro. Il volto dello stupratore, nascosto dalla calzamaglia nera. Nero è il colore della Morte, che si nasconde non volendo farsi subito riconoscere, come il teschio degli Ambasciatori lacaniani - ma evoca anche una sorta di buffa masquerade. E'stata davvero complice Michèle, da bambina, dei delitti del padre? Verheven ci lascia nel dubbio, ma è certo che qualcuno (tra i parenti delle vittime) ancora ne è convinto e se ne ricorda, lasciandosi andare a offese e insulti. E' certo che la madre muore durante una festa di Natale in casa di sua figlia. E' certo che il padre si suiciderà in carcere, non appena viene respinta la sua richiesta di libertà vigilata e gli fanno sapere che sua figlia, dopo anni e anni, vorrebbe andare a trovarlo. E' certo che lo stupratore verrà ucciso, da parte d'un figlio che crede, così, di salvare sua madre da un'ennesima violenza. Poi il film si chiude con una passeggiata e una conversazione tra donne (Michèle e la sua socia), durante le quali sembra ribadito un vincolo di solidarietà femminile - ma la passeggiata avviene, guarda caso, lungo i viali d'un cimitero. Ancora una volta, per Veroheven, al fondo del Desiderio si trova la Morte: non si passeggia lungo certi sentieri senza imbattersi nel suo Spettro mascherato - ma sempre senza pesantezza, con l'elegante disinvoltura e la sorridente malizia d'un passo di danza.

 

Alessandro Cappabianca