Gli spazi nel cinema di James Gray giocano una determinante funzione narrativa, modellano il senso del testo, uno spazio-testo dispiegato e dislocato nelle componenti del décor in cui scorre la durata e che ospita non raramente coalescenze temporali. L'architettura narrativa dei suoi filmè chiara e pulita, la sua intelaiatura è lineare. Ma la linea del racconto tende ad entrare in tensione con lo schema figurativo. I suoi film nel loro comporsi sono strutturati da questa dialettica fra il narrativo e il figurativo, che è quasi il correlativo oggettivo del feeling che attraversa il suo cinema, la sua anabasi: l’Unheimlich (inquietante) altro non è, essenzialmente, se non l’Heimat (patria, dimora) dell’uomo. Il tendere al chiaro, la zona chiara, esige una oscura, e, a volte, non si distingue dalla tenebra.

 

La linea di The Lost City of Z, in particolare la linea morbida e quasi sinuosa del finale, quella disegnata dall’andatura di Sienna Miller che scende le scale del palazzo della Royal Society per entrare nello specchio e incamminarsi nel folto della foresta, è quella che mette in comunicazione il reale con il possibile: un attraversamento dello specchio. La linea è una piega che si metamorfosa, spiega e dispiega. È la linea che rende visibile attraverso lo spessore opaco della fotografia seppia, mediante un pulviscolo. Una linea che non è più esattamente classica, prosaica, “lineare”, ma si invagina, ripiega, facendo sfumare non solo i contorni delle cose, ma perfino i confini dello spazio-tempo, una linea che di-segna una coesistenza di temporalità e la cui flessuosità fa transitare, come in una sfumatura, da un luogo all’altro. La linea flessuosa di Gray è costituente, lascia sognare, lascia libero il passaggio, l’attraversamento. Per quanto classica, narrativa, essa introduce una sfasatura, morbidamente, una discordanza interna, una spaccatura che dis-giunge foresta e Royal Society e scavalca gli spazi, perduti e non: un superamento sul posto. Il visibile così è una cifra segreta, un in-visibile, là sotto i nostri occhi, ma non nelle nostre mani. Invisibile come la città perduta, che né noi spettatori né il maggiore (poi colonnello) inglese vediamo, nemmeno per un istante, in figura, sotto forma di traccia. La percezione che dis-occupa i territori, come in Herzog, non è mai realizzata, è imminente ma differita, una conquista (dell’)impossibile. Una percezione che muove e sommuove, allucinatoria, inesistente ma insistente, come il possibile che divarica il reale. L’eccitazione che scatena i viaggi d’esplorazione di Fawcett, è innescata da una percezione cosmica, è un viaggio che non appartiene a nessuno, né all’ufficiale né ai suoi collaboratori né al figlio, è il viaggio di un veggente, una traiettoria più che un tragitto. La città perduta esiste solo nella percezione allucinata, nella piega della sua percezione (dell’)impossibile che, in maniera perturbante, abita la sua dimora e lo fa sentire smarrito a casa. Fawcett vede là dove gli altri non vedono, perché mentre gli altri cercano indizi, se non prove – magari riconducibili all’identità delle civiltà già note – lui vede attraverso l’oscurità, la nebbia, l’impenetrabile, nelle pieghe di qualcosa che agli occhi altrui è solo ammasso, materia bruta, insensatezza.  

 

La linea di Gray trasforma il mondo in un mundus, è la soglia fra due lati. È una linea che non finisce, anzi si biforca, una linea ingarbugliata come il desiderio. Su un lato è attuale e sull’altro virtuale, piega verso sinistra ma si dispiega anche verso destra, lungo l’uscita del palazzo e attraverso lo specchio. La linea piega fra due piani, l’attuale e il possibile. È la linea/passaggio del corteo ritualistico che porta sulle spalle i corpi dei due esploratori e che si inabissa nella notte di fuoco. Una linea d’ombra, un’ombra che si staglia sulla linea, quell’oscurità che mette a disagio nella propria casa e chiama all’avventura, al pulviscolo, al rumore, alla foresta, allo stato animale dell’inquietudine, all’attraversamento della soglia.

 

La linea che piega tra materie e forze è un dispiego, una vibrazione, come la brezza che soffia dentro la tenda della finestra. La linea di James Gray fa vento. Questa tessitura morbida e profonda è la materia d’espressione di Gray, il suo touch. La scoperta che è il mondo è esteso, più vasto di quel che tocchiamo.

 

 

Toni  D'Angela