Il noir non si stempera, si evolve nei colori; i suoi protagonisti nei colori affogano, ne sono sommersi, dominati. I colori davano loro perfino i Nomi, in Reservoir Dogs di Tarantino, di cui certo  Paul Schrader, sulla scia di Edward Bunker, si è ricordato per Cane mangia cane.

In Tarantino, i colori erano Nomi, scelti, o meglio, imposti, per garantire l'anonimato a tutti i partecipanti alla progettata impresa criminale. Ma perché, se in fondo tutti si conoscono molto bene? Vien quasi da pensare che i criminali immaginati da Bunker siano già nati come personaggi da film (a colori), piuttosto che come realistici personaggi letterari. I colori della Technicolor sostituiscono i Nomi, benché qualcuno (mister Pink) sia recalcitrante. Nel film di Schrader, i colori segnano il Destino.

C'è una sorta di repulsione maschile (che nasconde forse una segreta attrazione) verso il rosa, che il Mad Dog (W. Dafoe) di Schrader non fa che confermare - come se il noir potesse assorbire tutti i colori, meno il rosa, appunto, quel rosa che abbondava nella rappresentazione di vita familiare delle commedie hollywoodiane degli anni '50.

Mad Dog è immerso nel rosa della casa in cui vive, a malapena tollerato, con due donne (la sua ragazza e la figlia adolescente di lei): casa al femminile, piena di gadget e bambolotti semoventi. Anche il telefono è rosa. Rosa sono le immagini del televisore, che egli guarda ossessivamente con l'aiuto di un terzo occhio (dipinto sul mento), quando non è occupato a cercare siti porno sul web. Così Mad Dog non può che impazzire, benché tenti di sfuggire al rosa, rifugiandosi nella luce blu del cesso, dove improvvisa, allo specchio, orribili smorfie.

Impazzisce e uccide, alla presenza dei bambolotti che si mettono in movimento, quasi spettatori plaudenti. Così comincia il sodalizio criminale con Troy (N. Cage) e Diesel (C. M. Cook): sostanzialmente un sodalizio tra incapaci e perdenti, votati a un destino ineluttabile d'autodistruzione. Il boss della mala chiamato il Greco (P. Schrader, qui anche attore) li utilizza per i colpi più assurdi, quasi a voler assecondare e accelerare il processo di disgregazione che li mina dall'interno. Il Greco li chiama per nome, non assegna loro alcun colore. Ciò non toglie che Troy finisca anche lui sommerso in un mare non di rosa, ma di rosso – il rosso d'una strana nebbia color sangue. Eppure lui sognava di cominciare una nuova vita, di tornare in Europa, a Nizza, dove i genitori lo portavano in vacanza da ragazzo. Amava il cinema e pensava di somigliare ad Humprey Bogart (ma il riferimento è al Belmondo di A' bout de soufflle). Dal rosa al rosso, i cani, criminali o poliziotti (i poliziotti cani quanto i criminali), abbaiano e mordono se stessi nella notte, a perfezionare il sortilegio dell'autodistruzione.

Non è un film perfetto, questo di Schrader, ma non può esserlo. Sembra, in certi momenti, di percepire come un'eco  di  ispirazioni diverse, e irrisolte. Mad Dog, Dafoe, proviene dal cinema cristologico scorsesiano, cui l'autore del "Trascendentale nel cinema" ha dato un fondamentale contributo; Troy, N. Cage, appartiene anche lui alle suggestioni scorsesiane, ma è più caratterizzato in direzione cinefila, del primo Godard. Neppure manca un riferimento a Fassbinder, quando il Greco osserva che gli uomini tendono a distruggere ciò che amano. L'ombra di Tarantino, poi, è sempre presente, ma siamo lontani dall'eleganza dei suoi congegni a orologeria. Non è più tempo di film perfetti. I colori del cinema si sono fatti irrimediabilmente sporchi, neppure il nero (il noir) può più essere, e Schrader lo sa bene, quello d'una volta.

 

 

Alessandro Cappabianca