Raymond Bellour, con Le Corps du cinéma, (Il corpo del cinema), propone il terzo pannello di una vasta quadrilogia che inizia con L’analyse de films, e con Entre-images , e il cui quarto pannello è appena uscito quest’anno, La Querelle des dispositifs. 

Dire terzo pannello è però improprio, in quanto questo testo, importantissimo per l’impostazione teorica, si incentra su una sua indipendenza che è emotivamente struggente: cos’è il corpo del cinema? Da una parte è la corporalità propriamente fisica della pellicola come proposta, con l’intreccio delle immagini e dei potenziali che essa suppone e sottende; ma dall’altra è anche la potenza di percezione dello spettatore che diventa in questo lavoro il termine primo e ultimo di riferimento. La parola stessa di corpo indica la materialità plastica dell’immagine cinematografica, ma anche il corpo reale dello spettatore su cui le immagini vengono a imprimersi. Lo spettatore è percepito nella sua essenzialità fisica e mentale, e non più come una pura astrazione, come l’Altro, maiuscolo e al singolare, di cui la critica degli ultimi venti o trent’anni non ha smesso di parlarci con una referenzialità troppo spesso metaforica e metafisica. Il corpo va infine considerato anche nella sua accezione di corpus, come totalità del cinema da ricomporre, oltrepassando l’idea di una spettralità del mondo di natura puramente ipnotica. 

Il momento nodale della riflessione di Raymond Bellour è l’analisi storica dell’ipnosi come dato fondatore di uno stato fisico in cui lo spettatore viene a calarsi appena si fa il buio in sala. L’ipnosi è così collegata a due altri momenti storici: la nascita della psicanalisi e l’invenzione del cinema nello stesso lasso di tempo. Tre materialità concettuali, dunque, che elaborano assieme la nuova postura della mente e del corpo spettatoriale. La descrizione di questa sintesi è uno dei momenti molto forti, e non esiterie a dire travolgenti del libro. Si percepisce la maturazione di un lavoro che è stato condotto nel tempo in questa disciplina assieme ad altre elaborazioni, più particolarmente letterarie : non va dimenticato che Raymond Bellour, oltre all’ambito della specialistica cinematografica, è anche il grande curatore dell’opera di Henri Michaux in Francia. C’è insomma in questo libro un forte empito poetico.  

Il secondo aspetto è determinato dall’« emozione » dello spettatore di cui vengono analizzate le potenze che nascono dal fascino del dispositivo tra film e piano o sequenza. Prendendo spunto da un libro di Daniel Stern, Le monde impersonnel du nourrisson (Il mondo impersonale del lattante o del poppante o dell’infulo e dell’infante) — il termine francese di nourrisson è molto difficile da tradurre anche perché è un diminutivo neutro verbale, e non si riesce a sapere se esso viene nutrito o se si nutre da solo — Bellour propone una analogia di situazione quanto alla realtà ontologica percettiva e ambientale — la camera del « nourrisson » e la camera cinematografica, in cui il mondo si compone e si ricompone a ogni istante per lo spettatore come per il neonato. Il libro finisce poi su una terza parte, intitolata « Animalités » (Animalità, al plurale) che fa richiamo alla presenza animale nel cinema americano ed europeo che, come l’ipnosi, fa pressione su una parte oscura e primitiva del corpo. Da qui la materialità specifica di questo lavoro di analisi concettuale anche se sembra lavorare con materie che possono apparire a prima vista come astratte: il fascino — mi piacerebbe tradurre con l’affascinamento o con la fascinazione o l’affatturazione —, la confusione, l’allucinazione diventano altrettante materie e fonti di un’energia specifica che si materializza costantemente e che sfocia infine nell’invenzione di nuovi circuiti cerebrali, come lo lasciava supporre Gilles Deleuze. 

Ecco in modo un po’ ristretto le valenze che dano valore a quest’opera di 630 pagine, distinte in tre fasi e quindici immensi capitoli, edita da P.O.L, che la giuria del premio «Maurizio Grande» ha l’onore di premiare quest’anno 2012*. 

 

 

Jean-Paul Manganaro

 

 

 

* Il testo riprodotto è l'intervento tenuto da Manganaro in occasione del premio "Maurizio Grande" 2012 conferito a Bellour. Ringraziamo Marco Müller e Valerio Magrelli per l'amichevole collaborazione.