Carmelo Bene lo incontrai tardi. Nel mio primo, remotissimo libro su Verdi gli appoggiai anche una stoccata un poco alla cieca, sapevo vagamente che avevano sbandierato una sua 'quasi sicura' regìa verdiana, I Masnadieri o che altro, al Regio e che naturalmente al primo bacio quei loggionisti che sanno di lambrusco sdegnarono quell'attorone che sniffava chiuso nel camerino e voleva metter la roncola nell'Eroe delle Roncole. Oggi è un poco più facile, non c'è regista a non essersi messo su quella strada: il testo è un pretesto e si vede spuntare l'arte dell'affettarlo. Lo squartamento, zone morte via! Basta che non si arrivi troppo presto, volta ennesima, a illuminarsi d'immenso; allora preferisco la marchesa che esce alle cinque. Qualche residua rivendita di dischi o di pellicole in DVD, oggi che tutti scaricano!, il Google Trail, i libri di o su, si trovano e non fu facile convincere gli studenti che c'era stato un tempo appena prima delle loro infanzie in cui se leggevi mettiamo sulla gloriosa rivista di Arruga "Musica viva" di qualche decisivo evento occorso a Milano, nelle due Monaco, o a Berlino Est (la Berlino del sogno, a quando il rialzo del Muro?); e non diciamo a Tokyo, o a Nuova York; anche così era bello: potevi soltanto sforzarti di immaginarlo. Al punto che, scoperto l'immortale Fra Diavolo (I tromboni di) di Simonelli & Lluch, musiche del divino Rustichelli, mi ero cacciato in testa che quel Fra Diavolo cui debbon tener testa 'il tenente Salimei' (Vianello) e 'il sergente Bisigato' (Tognazzi) fosse chissapperché Carmelo Bene; sarà il nero, che su basi fantastiche o magari di qualche foto rotocalcomanìaca avevo correttamente identificato con (col) Bene. L'attore era invece Francisco Rabal, dunque avevo avvertito un'aria di carisma, solo che di quel sommo bunueliano è prassi elogiare la pur teatrale misura. Bene è il Mostro, l'Eccesso, l'Orgia, il Cannolallasiciliana; se frenato o autorizzato dai superiori resta un vero 'problema Caravaggio'. Va da sé che l'ammirazione dichiarata da Bene per la 'voce' di Giuseppe di Stefano (uno fuori dai canoni della moderazione melodrammatica al punto che avendone io rievocato post mortem il fascino ineguagliato mi trovai contro un don Modugno prete mondano musicomane che starnazzava: non ci sto non ci sto; quasi lo stessi stuprando) non è l'unico tramite al Bene operistico. Se l'Opera nacque come, è in nomine, macchinosa fusione di arti ed opre diverse (alle origini la musica, il canto; erano solo secundae inter pares rispetto all'architettura e alla scenografia) e tiene dunque del 'materico' barocco, Carmelo Pompilio Realino Antonio Bene n'ebbe inondati gli occhi e l'anima dai luoghi di nascita e infanzia. Ma qui siamo sul poetico: sull'Idillio piomba la storia della morte di ognuno. Scrivo morte e intendo vita: "Frequentava la scuola degli Scolopi di Lecce, nella quale molti degli insegnanti di religione erano oltre che degli incompetenti in teologia, anche bestemmiatori e pedofili, secondo quanto si riscontra nella sua autobiografia", bisogna una buona volta che decidiamo di non chiamare più biografia o autobiografia quella che è di fatto una tanatografia, un itinerarium in mortem sui ipsius. Dal (Regno delle) Madri al (collegio dei) padri; poi, nel migliore dei casi, alle Madri (ritorno a). Questo bene espresse Bene nelle sue voci plurime con le sue cesoie munifiche. Avrei voluto averlo incontrato prima, nel mio tragitto; pensare che girava fra gli studenti e teatranti di Firenze nei miei anni di università, frequentava luoghi che frequentavo. Ma non ero, se non creaturalmente, ancora nato. Poi si sa: la 'cultura' è arrivare intatti dove sono arrivati i trascorsi, gli egregi; fra coetanei non si dà legame, tutti lanciati nella stessa 'corsa alla terra'. Poi, arrivati, a poco a poco, chi la tocca la tocca; ci si aspetta, ci si sopravvive.

  

 

Marzio Pieri