Nei frequenti sforzi per ricordare, nelle lotte accanite per riafferrar qualche segno, ci sono stati dei momenti in cui ho sognato di riuscire; ci sono stati brevi, brevissimi periodi in cui ho evocato reminiscenze che si riferivano a quello stato di incoscienza.

 

Quel che si può dire probabilmente è che occorrerà sostituire il termine rappresentazione con evocazione. Farla finita col reale poiché non presente. Dove questo avvenga è noto a tutti: nei rapporti, nelle Correspondances. I colori, le immagini, i suoni si corrispondono; la luce è stata convertita in cifra, la cifra in colore, la natura in memoria: la natura è un ricordo (voglio dire un rapporto evocato). C’è da un lato lo scavare gli oggetti nel ritaglio, nella rarefazione rallentata, frammentata – tavole-paesaggio, paesaggi mentali, paesaggi che sono corpi, corpi che sono paesaggi di suono, ecc. – e c’è dall’altra l’azione delle immagini nel superamento - voglio dire nel superamento dell’immagine in sé. Il processo di Vivir para vivir – Live to live (2015) è nella superficie interna che si esternalizza, ogni immagine è come un prisma che moltiplica superfici, riflessi (ogni proposizione subordinata è come una nuova superficie della frase), un diagramma stellare, una congiunzione che sfiata all’infinito il suo interno per gettarlo fuori scena. Fuori scena perché la scena (si) manca, o meglio: essendo indecifrabile (dal fuori) lo diviene. Tempo fermo? Oppure ci sarebbe da parlare come le bambine, al condizionale: ci si sarebbe incontrati, sarebbe accaduto questo, direbbe Deleuze... Ne segue allora che quel che resta all’informazione visibile è ciò che potrebbe o meno essere (nel desiderio), (nel desiderio di) qualcosa che si attarda, differisce, cifra, gronda. Dal visibile baluginano relazioni, lingue, metafore. Chion parla del suono come di un materiale partecipante, indifferente, o puro indicatore presente. Sempre qualcosa di non appartenente, un corpo a sé insomma… C’è però un momento in cui - citando Franju- ammette che il rumore trasforma l’essere in cosa, materia, contenuto: il rumore qui rappresenta la parola colpita, o meglio, nel rappresentare la cosa, diviene cosa. È a questo travaso che mi riferisco. C’è questa diffrazione ad esempio in cui l’immobilità della scena si confronta con l’eccesso del suono, o in cui dallo spezzettamento, dal battito si procede verso il desiderio liquido (così dalla trascrizione si giunge al suo eccesso, al suo quanto: particolarmente illuminante ci sembra la fuoriuscita sono riforme di questo fluido di cuore verso un altro cuore grammaticale – è il caso di I won’t hurt you, The west coast experimental pop band). L’occhio produce un flusso: la contemplazione è del desiderio, il desiderio vede, il desiderio SI vede; la parola produce un flusso: amo tutto ciò che scorre, il sangue, le parole, le frasi. Occorre otturare l’occhio, renderlo bocca, riempire l’orecchio, scrive Taat, un buco per produrne un altro, e se la parola è fisica, il suono è sessuale. Cos’è questo uso multiplo della lingua (e qui designo con lingua un qualsiasi mezzo entro cui versare un pensiero)? Be’, di certo la variazione, il plurilinguismo è una trama che detronizza le gerarchie linguistiche. Come un parlare a sé amplificandosi; travasare un linguaggio è imporre alla lingua, al suono, una variazione continua. “Io sono qui ma anche là”. Lertxundi si fa polvere di verbo. Cosa sono poi gli oggetti parziali, certe inutili porzioni su cui la camera torna a riposare? Porzioni, gesti, apparentemente al di fuori dal diagramma (ammesso che ci si trovi difronte a un diagramma di sensi…). Forse il limite dell’utile batalliano? Ad ogni modo si tratta di oggetti che (si) mancano in profondità, e che perciò non ne cambiano il significato, lo sappiamo: gli elementi del linguaggio sono percepiti sensibilmente (visivamente, acusmaticamente, motoriamente), il senso e il significato invece – spiega Heidegger – si sottraggono alla percezione del sensibile e come tali non sono soggetti ad alcun mutamento, così come non ne generano alcuno.

Ad esempio la potenzialità rivoluzionaria in Utskor: Either/Or (2013) è proprio in questa grammatica dell’assenza, una sorta di soppressione del reagente. Si parla di un potere, ma di fatto non lo si mostra: o meglio: il corpo c’è ma in relazione a una certa individuazione nel suo oggetto, nell’anonimato nel suo esercizio: la famiglia. Questo vuol dire che lo strumento dissidente è inserito laddove l’oppressione è generata: accordandoci a Reich diremmo che la famiglia è la maggior fabbrica ideologica del capitalismo in quanto agente di repressione sessuale, in quanto produttrice di morale, dominio e contagio di questo. Reich parla proprio di rivoluzione ecologica... E questo è nella continua interferenza dei fantasmi: The Origin of the Family, Private Property and the State di Engels, Tejero, ecc. I movimenti poi sono dissociati: il sonoro al solito non corrisponde all’immagine a cui si attacca, la narrazione non appartiene al luogo a cui è associata. E nemmeno c’è la pretesa di iscriverli in un unico corpo.

Quel che avviene con Lertxundi non è l’esplorazione di uno sguardo, ma l’esplorazione di un pensiero attraverso la sua connessione venosa, le sue regioni cartografiche, i procedimenti scomponibili, la molteplicità intrisa, disseminata. Qualcosa che sfugge ai codici, qualcosa che sfugge al metodo: l’intensità scintillante dove ci si infila tutti interi (cieli, strade sonore alla Benning, pallide spiagge alla Reygadas, facciate, porzioni, come in Mile end purgatorio, reinvenzioni d’identità – a ricordarci Carroll, Casares come Borges nel Pierre Mennard; ci saranno sempre melanconie soniche calcinate d’amori, udremo ancora l’invisibile, l’esalazione in spirito di una molle giovinezza).

 

 

Valentina Dell'Aquila

 

 

 

Bibliografia di riferimento:

 

Autori vari, Deleuze, Edizioni Lerici, 1976, Cosenza 1976

M. Chion, L’audiovisione, suono e immagine nel cinema, Lindau, Torino 2009

E. H. Gombrich, Arte e illusione, Einaudi, Torino 1965

M. Heidegger, La dottrina delle categorie e del significato in Duns Scoto, Laterza, Roma-Bari 1974

J. Mitchell, Psicoanalisi e Femminismo: Freud, Reich, Lang, Einaudi, Torino 1976

E. A. Poe, Racconti straordinari, La nuova Italia, Firenze 1965