La parola è una chiave,

ma il silenzio è un grimaldello.

 

Gesualdo Bufalino

 

 

 

Sguardo/Parola

En la ciudad de Sylvia/Dans la ville de Sylvie (2007) era il film dello sguardo. Uno sguardo bifocale, fra le cui pieghe convergevano tanto la sensibilità di José Luis Guerín quanto la carismatica personalità – filtrata ripetutamente in soggettiva – del protagonista Xavier Lafitte, che setacciava le strade di Strasburgo alla ricerca di una donna (o forse alla ricerca di una suggestione, un desiderio, un ricordo da afferrare – e a cui afferrarsi).

La academia de las musas (2015) è il film che irride le derive didascaliche ed equivoche della parola. (L’irrisione non investe la letteratura, bensì il suo utilizzo strumentale e tendenzioso.)

 

Grottesco [I]

Guerín guarda con indubitabile simpatia alla moglie del professor Pinto, che stigmatizza a più riprese la verbosità del marito («Todo esto va de prédica. ¿Qué haces tú en clase sino predicar? […] No eres Sócrates, ni las clases son un banquete»), nonché la tendenza di quest’ultimo a intellettualizzare l’esperienza, a esercitare un controllo pieno, razionale, sulle passioni («El amor es un invento de la literatura»). E stempera le tensioni nel grottesco, senza con ciò compromettere l’essenzialità dello stile (ebbene sì, il grottesco ha anche la facoltà di sposare soluzioni visuali del tutto estranee all’eccesso e alla dismisura).

 

Grottesco [II]

Il professor Pinto, nel corso di una schermaglia coniugale, giustifica con queste parole la passione che lo unisce a un’allieva: «Mi innamoro, ma all’interno di un rapporto d’insegnamento: sono possessivo sul piano metodologico». Il grottesco di cui sopra raggiunge qui il suo zenit.

 

Giocare

Guerín è il primo a non prendere troppo sul serio l’ampollosità espressiva dei suoi personaggi. Ciò che lo intriga, in linea con il magistero di Renoir, è innanzitutto la possibilità di giocare con i loro corpi e le loro psicologie. Ipotizzare una situazione e verificarne lo sviluppo di fronte alla macchina da presa. Un vero e proprio happening.

 

Sconfitta

L’idea di costituire un’accademia delle muse finisce col rivelarsi un progetto più illusorio che utopico. Il film è la cronaca, lieve e insieme lancinante, di una sconfitta che mette al muro tanto il sofista quanto le aspiranti muse. (A uscirne con le ossa rotte è naturalmente anche il rigido manicheismo di chi concepisce un confine fra realtà e rappresentazione, e quindi fra fenomenico e immaginario.)

 

Equilibri

La academia de las musas è un’esperienza «pedagogica», come recita la didascalia iniziale, che prende forma in seno a una meditazione sull’atto stesso di fare cinema. Guerín, nella doppia veste di cronista e aguzzino, rimette costantemente in discussione le dinamiche interpersonali già consolidate fra gli attori (che qui sono attori occasionali, pedinati nel loro contesto di appartenenza e sottoposti a un radicale processo di manipolazione, anche psicologico). Il regista inizia a filmare una situazione scarna, finanche banale, assecondando l’alibi della «pedagogia» (le lezioni di Raffaele Pinto, docente di Filologia Italiana presso la Universitat de Barcelona), per poi sviluppare un racconto fittizio che, con assoluta predeterminazione, prende gradualmente a logorare gli equilibri anteriormente cementati fra gli attori/personaggi. (In altri termini, ciò che muove Guerín sin dalle prime battute è la possibilità di mettere in dubbio, e dunque in crisi, i presupposti dell’esperienza pedagogica ideata dal professor Pinto.) Dal turbamento di tali equilibri trae origine un esperimento di secondo grado che ridisegna i corpi e le loro relazioni nello spazio.

 

 

Valerio Carando