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MANIFESTO
Siamo stati abituati a distinguere, dividere, come ci fosse un abisso fra continentali e analitici, e, quel che è peggio, fra analisi marxiste e letture libertarie, scienza e poesia, arte e politica, sprofondando sempre più nella schizofrenia occidentale: trionfo definitivo della divisione del lavoro. Occorre, al contrario, iniziare a respingere questo insegnamento. È il compito che si pone questa rivista, uno spaziotempo che contrasta la doxa e la chiacchiera dell'immaginario collettivo (sia a livello dell'arte che della politica) che negano l'accesso alla comprensione delle cose e conseguentemente a qualsiasi rigorosa possibilità di prassi di trasformazione sia della soggettività che dell'essere in comune. Una rivista la cui ragione è nell'opera, nel farsi del gesto che intreccia cinema e storia del marxismo, stato attuale dell'arte e interventi di filosofia politica, letteratura e boxe. Dunque una critica della separazione, uno spazio-tempo virtuale capace di (contribuire a) suscitare motivazioni e azioni autenticamente alternative allo spettacolo della critica e onesta ripugnanza: per l'arte estetizzante e puramente formale (Warburg), per la decorazione estetica della politica (Syberberg), per il maquillage della vita (Ford), per il rosario storicistico (Benjamin). Il che non significa abbandonare la chiarezza, ma solo la separazione e la schizofrenia antinomica che vieta di produrre il concatenamento e la mescolanza, e, al tempo stesso, il dirottamento di concetti messi in circolazione da Chomsky o Bookchin e da Deleuze o Foucault, Debord o Badiou, Marx e Arendt, Raoul Walsh e Giordano Bruno; o che vieta di indagare il rapporto con l'intero, di istituire, unitariamente, nessi fra arte e politica, condannando gli uomini alla meccanica funzione specialistica (o, nel suo rovescio correlato, all'assenza di qualsiasi vocazione e professionalità). Un pensatore americano - poco conosciuto in Europa - Chauncey Wright, una volta ha detto: noi dobbiamo fare un nuovo uso di vecchie funzioni. Siamo d'accordo!
Infiammare le analisi e depistare la linearità, solcare disegni e incidere fenditure nella fusione di un mondo sempre più miniaturizzato, compiere gesti liberi fra le immagini, accendere fuochi, montare insieme cose diverse e lontane fra loro che, raccordate, possano creare nuove idee, nuove finestre aperte, spazitempo che poi è anche un modo per esprimere se stessi e per scatenare energia. E, beninteso, senza chiedere il permesso alle autorità (compresa quella della Logica) e, al tempo stesso, per fare rete, articolarsi in una moltitudine senza sacrificare la propria singolarità sull'altare della Disciplina (di Partito o Accademia) che, al contrario, unifica e controlla, né per arrendersi alle lucreziane manie dello spirito (identitarie) o alle forme chiuse, comprese quelle salottiere dell'intérieur, dove troppo spesso l'uomo si racchiude, come in un astuccio.
Piuttosto che aprire l'astuccio dello specialismo e compiacerci della nostra cassetta degli attrezzi, preferiano il rischio abissale di disperderci alla fonte dell'infinito bruniano. Invito e appello a superare la finitezza e i limiti fra gli universi che concatena, spinozianamente, l'assoluto desiderio di autoaffermazione dell'uomo - permanenza vitale e valida - con una collettività organica, un'umanità proiettata verso un futuro comune e nel presente impegnata nella lotta per un sapere che agisca sul mondo: potentia multitudinis.
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In western culture, we have been educated at separation. We distinguish the continental philosophers from the analytical philosophers; we distinguish between Marxist analysis and libertarian analysis; science and poetry; art and politics. We are steeped in schizophrenia: this is the final triumph of the division of labour. Now we need to begin rejecting this teaching. This is the task of this magazine (space-time) which will create a mixture of film and history of Marxism, a mix of the current state of the art and speeches of political philosophy, a mix of literature and boxing. We criticize the separation and we want to open a virtual (Bergson) space-time able to (help) create motivations and actions that are truly alternative to the spectacle of criticism, capable of showing honest distaste for the purely formal art (Warburg), for the aesthetic decoration of political activity (Syberberg), for the cosmetics of life (John Ford), and for the rosary historicist (Benjamin). It doesnt mean abandoning clarity, but rejecting the separation and schizophrenia antinomy which prohibits making concatenations and mixtures (including deviations) of concepts put into circulation by Chomsky, Bookchin or by Deleuze, Foucault, Debord and Badiou, Marx and Arendt, Raoul Walsh and Giordano Bruno. We reject the ban on investigating the relationship with the whole and to establishing links between art and politics: this ban condemned people to specialist mechanical function (or, in its related reverse, to the absence of any vocation and professionalism). An American thinker, Chauncey Wright, once said: "We must make a new use of old features".
Cinema, concatenamento macchinico e linguaggio: una costellazione per (dis)orientarsi
Walter Benjamin sul cinema
«Privando l’arte del suo fondamento cultuale, l’epoca della sua riproducibilità tecnica estinse anche e per sempre l’apparenza della sua autonomia. […] Rispetto alla pittura, la maggiore analizzabilità della prestazione rappresentata nel film è determinata dalla resa incomparabilmente piú precisa della situazione. Rispetto al palcoscenico, la maggiore analizzabilità della prestazione rappresentata nel film è condizionata dalla maggiore isolabilità. Questa circostanza, e precisamente in ciò sta il suo significato principale, comporta una tendenza a promuovere la vicendevole compenetrazione tra l’arte e la scienza. Infatti, di un atteggiamento chiaramente circoscritto nell’ambito di una determinata situazione – come di un muscolo in un corpo – è difficile dire che cosa sia piú affascinante: il suo valore artistico o la sua applicabilità scientifica. Una delle funzioni rivoluzionarie del cinema sarà quella di far riconoscere l’identità dell’utilizzazione artistica e dell’utilizzazione scientifica della fotografia, che prima in genere divergevano. Mentre il cinema, mediante i primi piani di certi elementi dell’inventario, mediante l’accentuazione di certi particolari nascosti di sfondi per noi abituali, mediante l’analisi di ambienti banali, grazie alla guida geniale dell’obiettivo,aumenta da un lato la comprensione degli elementi costrittivi che governano la nostra esistenza, riesce dall’altro anche a garantirci un margine di libertà enorme e imprevisto. Le nostre bettole e le vie delle nostre metropoli, i nostri uffici e le nostre camere ammobiliate, le nostre stazioni e le nostre fabbriche sembravano chiuderci irrimediabilmente. Poi è venuto il cinema e con la dinamite dei decimi di secondo ha fatto saltare questo mondo simile a un carcere; cosí noi siamo ormai in grado di intraprendere tranquillamente avventurosi viaggi in mezzo alle sue sparse rovine. Col primo piano si dilata lo spazio, con la ripresa al rallentatore si dilata il movimento. […] Uno dei compiti principali dell’arte è stato da sempre quello di generare esigenze che non è in grado di soddisfare attualmente. La storia di ogni forma d’arte conosce periodi critici in cui questa determinata forma mira a certi risultati, i quali potranno per forza essere ottenuti soltanto a un livello tecnico diverso, cioè attraverso una nuova forma d’arte. Le stravaganze e le prevaricazioni che da ciò conseguono, specie nelle cosiddette epoche di decadenza, procedono in realtà dal loro centro di forza storicamente piú ricco. Di simili forme barbariche brulicava ancora, recentemente, il Dadaismo. L’impulso che lo muoveva è riconoscibile soltanto oggi: il Dadaismo cercava di ottenere con i mezzi della pittura (oppure della letteratura) quegli effetti che oggi il pubblico cerca nel cinema. Si confronti la tela su cui viene proiettato il film con la tela su cui si trova il dipinto. Quest’ultimo invita l’osservatore alla contemplazione; di fronte ad esso lo spettatore può abbandonarsi al flusso delle sue associazioni. Di fronte all’immagine filmica non può farlo. Non appena la coglie visivamente, essa si è già modificata. Non può venir fissata. Duhamel, che odia il cinema, che non ha capito nulla del suo significato ma ha capito parecchie cose della sua struttura, definisce questo fatto nella nota che segue: «Non sono già piú in grado di pensare quello che voglio pensare. Le immagini mobili si sono sistemate al posto del mio pensiero». Effettivamente il flusso associativo di colui che osserva queste immagini viene subito interrotto dal loro mutare. Su ciò si basa l’effetto di shock del film, che, come ogni effetto di shock esige di essere accolto con una maggiore presenza di spirito».
Deleuze-Guattari sul concatenamento
«Non si domanderà mai quel che un libro vuol dire, significato o significante, non si cercherà niente da capire in un libro, ci si domanderà con che cosa funziona, in connessione a che cosa fa o non fa passare delle intensità, in quali molteplicità introduce e metamorfosa la propria, verso quali corpi senza organi fa esso stesso convergere il proprio. […] Scrivere non ha niente a che vedere con significare, ma con misurare territori, cartografare, perfino delle contrade a venire. […] Un concatenamento è precisamente questa crescita delle dimensioni in una molteplicità che cambia necessariamente natura man mano che aumenta le sue connessioni. […] Non abbiamo unità di misura ma solo molteplicità o varietà di misura. La nozione di unità appare solo quando si produce in una molteplicità una presa di potere da parte del significante».
Alessandro Verri sulla libertà di espressione
«Il nostro stile è troppo manifatturato; non abbiamo il coraggio di andare a capo, ma pretendiamo che tutto sia liscio, e legato, e fluido, quantunque a spese del vero ordine, che debbe consistere nelle cose, non nelle parole… Non è vero ordine quello che, legando il secondo periodo col primo, il terzo col secondo, fa metodicamente una catena d’episodi, e metodicamente non ha metodo, ma quello che generosamente getta sulla carta una serie di pensieri, la di cui somma totale s’aggira su di un oggetto, o di più oggetti, toccantisi in alcun campo, la qual serie di pensieri li rischiara, e loro appartien direttamente, od indirettamente». |


