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RESTLESS

 

 

Il dispositivo-cinema ha sempre a che fare con la morte (sotto le specie dell’assenza), ma un cinema della morte (della morte in quanto assenza di percezione) pare impossibile, a meno che non si consideri praticabile un cinema fatto di soli fotogrammi neri, nell’ambito del quale sarebbe arduo (giustamente) distinguere un film dall’altro (una morte dall’altra), non fosse per le parole che eventualmente vi intervengano: uno, comunque, ne aveva girato Derek Jarman, col pretesto della cecità, e camuffando il nero in bleu; un altro lo si deve a Monteiro (Branca de Neve), sia pure con l’inserimento di qualche sporadica immagine.

Praticabile, e di recente molto praticato, è invece il cinema della vita post mortem, che è sempre cinema del ritorno (vedi Hereafter): si ritorna alla vita, carichi del ricordo confuso di qualcosa che si è creduto di vedere/provare durante un’esperienza (temporanea) di “morte”. In questo senso, si tratta di un cinema consolatorio – ed è questa consolazione che il giovane Enoch di Restless, personaggio in silenziosa polemica con il film di cui fa parte, non riesce ad accettare fin quasi alla fine.

A Enoch sono morti entrambi i genitori in un incidente, lui stesso è stato a lungo in coma, come morto, per lo stesso incidente. Di quel periodo, non ha altri ricordi che il Nulla, simboleggiato dai soliti fotogrammi neri dei film di questo genere – e allora si potrebbe interpretare Restless come la contestazione di questo Nulla da parte di due fantasmi benevoli, il kamikaze Hiroshi (fantasma esplicito) e la dolce Annabel (fantasma implicito, o futuro, perché le restano solo tre mesi di vita), fermo restando il fatto che tutti e due potrebbero non essere altro che il prodotto fantastico del lutto che Enoch tenta faticosamente di elaborare, anche partecipando alle cerimonie funebri di perfetti sconosciuti, mescolandosi ai parenti in lacrime, sedendo composto tra loro o accompagnando il feretro, come un amico ritrovato.

Le cerimonie funebri, in quanto tali, esprimono la quintessenza d’ogni cerimonia, se è vero che seguire un rituale più o meno rigido vuol dire rinunciare in ogni caso all’imprevedibile, all’estemporaneo, al vitale. In questo senso basta, a sconvolgere tutto, il sorriso di Annabel che si volta verso Enoch, al loro primo incontro – e il rito si tramuta d’improvviso in incanto solare, le geometrie asettiche dell’architettura mortuaria di Portland in caldi esterni naturali. Annabel disegna uccelli, ama la natura, legge Darwin, come se per lei non ci fossero differenze sostanziali tra frequentare la morte e vivere intensamente la vita che le resta.

Il film assume allora l’aspetto di una storia d’amore tra due spiriti, o tra due corpi disincarnati, con l’assistenza di un terzo spirito: tra due corpi disincarnati, o impacciati dalla carne negli approcci d’amore, tanto da non deporre mai i propri abiti, salvo cambiarli secondo le circostanze. Enoch è sempre correttamente vestito a lutto. Annabel porta un buffo cappello da uomo e abiti che la fanno sembrare un ragazzo, ma quando appare in soccorso di Enoch (fermato da una specie di sorvegliante che si è accorto della sua sospetta frequentazione ai più vari funerali), si presenta in gramaglie, lungo vestito nero e cappello con veletta. Quando poi, per Halloween, si devono mettere in maschera, Enoch non trova di meglio che indossare una divisa da aviatore giapponese, copiata pari pari da quella di Hiroshi (si fa dunque anche lui fantasma), e Annabel si traveste da geisha. Perfino il fantasma effettivo, Hiroshi, si cambia d’abito, alla fine, quando depone l’eterna tuta da aviatore e indossa i paramenti neri del necroforo, per fare da guida ad Annabel lungo i sentieri dell’aldilà.

Corpi disincarnati, dunque, questi di Restless, per un film disincarnato: storia d’amore, si, ma tra fantasmi adolescenti, precoci frequentatori della morte, non più consistenti di una sagoma disegnata a terra da se stessi col gesso, seguendo i contorni di un corpo non più singolo, ma doppio e unito – come se volessero lasciare, in negativo, almeno le tracce precarie del proprio esserci-stati.

 

 

Alessandro Cappabianca