Fin dagli anni Venti, quando si formò agli Hal Roach Studios lavorando con Stanlio e Ollio e Charley Chase, Leo McCarey si concentrò sempre sulle persone, in particolar modo sulla commedia coniugale che si amplia nella relazione con la comunità e il sentimento religioso.

L'ironia dolceamara del regista produsse alcune tra le più memorabili romantic comedy, screwball, sophisticated comedy degli anni Trenta, come Part Time Wife (1930), Duck Soup (1933), Ruggles of Red Gap (1935) e The Awful Truth (1937), Love Affair (1939) e il relativo remake An Affair to Remember (1957) e indagini più drammatiche sulla natura umana come Make Way for Tomorrow (1937), Good Sam (1948) e My Son John  (1952).

Per molti anni McCarey fu il regista preferito dell'elite comica di Hollywood: i Fratelli Marx, Mae West, Harold Lloyd, Eddie Cantor e Burns&Allen.

Che i suoi “antieroi” e le sue “antieroine” fossero Stanlio e Ollio, Leila Hyams, Cary Grant e Irene Dunne, padre Bing Crosby e suor Ingrid Bergman, così McCarey «attraversò lo slapstick muto, la screwball, la romantic comedy, il melodramma sentimentale e film di argomento religioso, riuscendo a far deragliare ciascuno di questi generi»[1].

Nato in California nel 1898, laureatosi in legge alla South-California University, si specializzò in cause per divorzio, ma si stufò presto piantando in asso un suo difeso proprio in piena corte, poiché si era accorto che questo lo aveva ingannato sui veri motivi della separazione richiesta.

Visse allora un periodo di incertezza e di poca fioritura economica, mostrando però sempre un umore bellissimo che gli conquistava grandi amicizie; beveva poco, rifuggiva dal gioco, frequentava la chiesa, finché la sua passione per l'arte (in realtà il suo grande sogno sarebbe stata la musica) lo condusse al cinema. Qui iniziò come assistente di Tod Browning attraverso l'aiuto del vecchio compagno di studi e futuro regista David Butler.

Grazie al suo umore allegro aveva stretto amicizia con Hal Roach: il produttore, divertito da quel giovane brillante, lo aveva invitato a fare un salto da lui se mai fosse rimasto disoccupato.

Era il 1923 e nel cinema McCarey si trovò a escogitare situazioni comiche per le “simpatiche canaglie” e una serie di comiche interpretate da Charley Chase: mescolando lo slapstick più frenetico alla commedia di situazione come in Sittin' Pretty (1924).

Il pezzo forte di questo corto è la celebre gag dello specchio interpretato da Chase e dal fratello minore James Parrott, comico del muto di particolare versatilità.

McCarey e Chase confezionarono farse tra le più sofisticate come i corti His Wooden Wedding (1925) e Dog Shy (1926) e film molto maturi e audaci per l'epoca quali What Price Goofy?, The Uneasy Three (1925) e Crazy Like a Fox (1926), che si basano su garbugli di impacci e di equivoci che trascinano Chase in situazioni sempre più difficili.

Alla fine del 1926 McCarey subentrò a F. Richard Jones come direttore generale degli Hal Roach Studios e diventò vicepresidente dell'associazione.

Fare il supervisore significava essere responsabile di tutti gli aspetti del film: storia, gag, giornalieri, montaggio, spedizione delle copie. A volte significava anche rigirare le scene e in qualità di supervisore influenzò notevolmente la carriera di due comici degli Studios: Stan Laurel e Oliver Hardy.

McCarey ebbe il merito di rallentare il ritmo dei loro film, poiché pensava che la maggior parte delle comiche fosse troppo frenetica. Lui e Chase «avevano già reso più realistiche le loro commedie, ma nei cortometraggi con Stanlio e Ollio il regista decise di sfruttare al massimo l'immobilità e l'impassibilità per produrre effetti comici. Come in From Soup to Nuts (1928) dove Hardy interpreta un cameriere che a un certo punto deve servire una torta. Entra nella stanza, cade e si ritrova sul pavimento, la testa sprofondata nella torta. Il regista propose di non muoversi, così Hardy rimase immobile, disteso, furioso, la testa nella torta. Per un minuto e mezzo quando il corto uscì il pubblico non riusciva a smettere di ridere»[2].

Non mancavano i momenti surreali come il memorabile cavallo su un pianoforte in Wrong Again (1929).

Nel 1929 McCarey si licenziò dagli Hal Roach Studios e gli anni successivi lo videro passare da una società di produzione all'altra per dedicarsi ai lungometraggi.

Con la Fox uscì Part Time Wife (1930) che il regista considerava il primo vero film alla Leo McCarey e che fu un tale trionfo di botteghino da permettergli di raddoppiare il proprio cachet.

Con questo film Leo McCarey delinea già i temi che saranno presenti nella sua poetica più matura: la commedia della vita moderna americana, acuminate riflessioni sugli “stili” di coppia, disseminate da scarti imprevedibili, felici paradossi, in cui i personaggi sono tutti un po' madcap,ovvero agitati da un filo di follia, tutto ciò divertendo instancabilmente, inducendo tuttavia quasi sempre a pensare una morale, anche se ancora non spiccatamente religiosa.

È quello che si era proposto uscendo dalla corte di giustizia: «Adopererò la mia brutta esperienza di avvocato divorzista per fare commedie che insegnino a vivere».

In realtà fin da Part Time Wife è presente un timing, un tempo interno alla commedia, un ritmo non solo capace di fare schermo alla tristezza, ma di far affiorare una tonalità tragica della vita dove ogni tormento però si risolve in un clima di quasi magica felicità  e luminoso risorgere.

La comica incompatibilità coniugale tra Edmund Lowe e Leila Hyams prefigura quella tra Cary Grant e Irene Dunne in The Awful Truth (1937), nel quale McCarey ripropone proprio alcune situazione di Part Time Wife.

Questo film lo vide più coinvolto nella sceneggiatura rispetto ai precedenti e nel personaggio del giovane caddy il regista introdusse un tocco di quell'elemento sentimentale che avrebbe rappresentato una costante della sua produzione. Su tutte, notevole è la scena della “resurrezione” del cagnolino del caddy Tommy, grazie all'amore del bambino, e in questa sequenza e in quella della guarigione miracolosa di Mrs Murdock si possono già cogliere le inflessioni religiose del regista: “l'amore che vince la morte”.

Il grande lavoro del regista nel creare una “unidimensionalità” affettiva ed espressiva tra animali e uomini riecheggia la legge paradisiaca di un'unica relazione possibile: quella dell'accoglienza e della benevolenza tra tutti gli esseri.

Anche in questo film come in What Price Goofy?  e The Wooden Wedding i cagnolini sono veri attori con versatilità espressiva illimitata e occupano la scena generando tenerezza ed emozione nello spettatore, ed è così pure per il cane birichino Mr. Smith, in The Awful Truth.

Ma vorrei, in questo mio scritto, delineare un percorso tra i lungometraggi di Leo McCarey che conduca attraverso il sentimento più alto dell'amore e della morale a quello metafisico in cui prevale la gloria di Dio.

Il percorso prevede la trilogia del matrimonio con Make Way For Tomorrow, The Awful Truth e Love Affair e la trilogia religiosa degli anni Quaranta Going My Way, The Bells Of St.Mary's e Good Sam.

Make Way For Tomorrow (1937) ripropone il tema della “santità” del matrimonio, come momento apicale, presente pure in The Awful Truth (1937), ma mentre questo esplode di gioia per un amore che viene messo alla prova e si dimostra trionfante, Make Way è il capolavoro della intensità amorosa, ma nella separazione.

È la storia infatti di un'anziana coppia interpretata da Victor Moore e Beulah Bondi, la cui vita di sacrifici compiuti per il bene reciproco e per il bene dei figli conduce a una brutale separazione finale.

Il film evidenzia una tensione nell'universo di McCarey, universo che inizia con la coppia romantica, si estende alla famiglia, agli amici, alla comunità elevandosi fino alla gloria della democrazia e allo splendore di Dio, che in questo film si presenta nella luminosità amorosa dei due anziani e nell'unico momento di grazia paradisiaca, legato al ricordo del loro incontro, nella giovinezza, in uno sfarzosissimo hotel cittadino (qui in modo provvidente tutto è gratuito, donato).

Affiora in questo film il tema doloroso della solitudine che nasce da una società indifferente a valori essenziali, quali la gratitudine e il tempo donato dell'esistenza. L'amicizia e l'amore per Leo McCarey trascendono la volontà, si sottraggono a ogni esercizio di sovranità. Essi appartengono all' “ordine della grazia” , come sottolinea pure Simone Weil.

L'altra faccia della medaglia è The Awful Truth che vive di comicità scoppiettante, di vivezza in eccesso, ma anche questo film dona una speciale pensosità sulle relazioni che sì, possono nascere dall'attrazione, ma devono essere messe alla prova da difficoltà e ribaltamenti, prima di conquistare la sacralità sponsale. Il film sembra dire che il sentire viene da lontano, è come una linfa che si nutre non solo delle relazioni presenti, ma anche di ogni atto dell'esistenza passata, che struttura lo sfondo vitale dell'essere.

«The Awful Truth è una sorta di calvario comico, un cammino verso la redenzione lastricato di dolorosa ilarità»[3].

In questo film la vita di coppia non è mai mostrata, ma al massimo è usata come antefatto, perché rivelerebbe la normalità, che non ha raggiunto ancora il suo valore.

Qui la sostanza si rivela nei rinvii della seduzione, nei sofismi verbali al limite del sublime, nella idea della densità del corteggiamento come quel desiderio che non si stabilizza se non nella verità dei comportamenti.

È una sorta di commedia del “rimatrimonio”, una storia d'amore in cui i due amanti spenti dalla convivenza rifioriscono, ricominciano a guerreggiare: parole, mezze verità, travestimenti, tranelli, sguardi, silenzi, Lucy e Jerry non si risparmiano davvero nulla.

L'amore mette in scena se stesso, il suo non-detto, la sua presa di distanza dalla sfera istintiva, la sua fiducia nel desiderio, proprio ad ogni soggetto che sa desiderare l'altro. Grant e Dunne sono un uomo e una donna tra i quali nulla dell'essenziale passa più attraverso le ordinarie parole, il comune fraseggio amoroso. Notevole è infatti il gioco di parole in cui riecheggia il motto di spirito tra i due: “Sei confuso vero?”  “Bah, sì. Tu no?” “No” “Bene, dovresti esserlo, perché ti sbagli sul fatto che le cose siano diverse solo perché non sono le stesse. Le cosa sono diverse, ma non in modo diverso. Tu sei ancora la stessa, soltanto che io sono stato uno scemo. Ora però no. Così, visto che io sono diverso, non pensi che le cose potrebbero essere di nuovo uguali? Solo un po' diverse?”

Forse qui risuona l'eco di un frammento di Parmenide come vuole Stanley Cavell o un monologo di Groucho Marx, quel che conta è che quest'uomo e questa donna hanno trovato il loro linguaggio.

Quel che conta sono i surreali tentativi di Cary Grant in camicia da notte per convogliare il vento e far aprire la porta che lo separa dalla camera da letto di Irene Dunne; è il gatto nero che, con gesto di diabolica impertinenza cartoon, alza una zampa a mantenere chiusa quella stessa porta.

È questa sequenza che ci dice cosa sia la vita coniugale: sospensione di giudizio e perenne gioco d'equilibrio e McCarey ha mostrato con la prodigiosa e arguta eleganza che gli varrà l'Oscar alla regia, come quel che conta davvero nel far rivivere un matrimonio e far vivere una commedia ricca di deviazioni e di diversivi sia solo il coraggio «di cercare la felicità oltre il confine della quotidianità, fin dentro l'incantesimo comico»[4]

Seguì nel 1939 un film cruciale nella carriera di McCarey, Love Affair, che completa la trilogia del matrimonio iniziata con Make Way For Tomorrow e The Awful Truth e introduce in modo più pregnante le tematiche spirituali che informeranno la grande trilogia religiosa degli anni Quaranta: Going My Way, The Bells Of St.Mary's e Good Sam.

È presente ovunque in Love Affair anche se sotto varie forme, dalla pia nonna che benedice la coppia, all'ubriaco che arranca sotto il peso di un abete natalizio e risolleva Boyer dallo scoramento in un punto cruciale della trama, una sorta di Provvidenza benevola pur nella sofferenza.

Soprattutto troneggia l'immensa sagoma dell'Empire State Building, “la cosa più vicina al paradiso che abbiamo a New York”, dove i due innamorati si sono dati appuntamento.

Con una forte eleganza visiva il film usa l'edifico come un'immagine ricorrente che esprime lontananza e inaccessibilità (appare tra le nuvole o si riflette nella vetrina di un negozio) e insieme promette ordine e serenità, una potenza superiore che veglia sui personaggi e li guida verso il coronamento finale.

Going My Way (1944) potrebbe essere il titolo di molti film di McCarey i cui eroi sono in viaggio in un universo instabile e trasformativo. “Going my way?” (“Fa la mia stessa strada?”) chiedeva Irene Dunne a Charles Boyer . In questo film però la strada apre le porte ai sentimenti religiosi ancora in modo spensierato, ma anche con una riflessione che va più in profondità (tale passaggio forse motivato da un grave incidente stradale occorso al regista nel 1940 e anche per i tragici eventi della Seconda Guerra Mondiale).

McCarey tratta con una notevole lievità le questioni religiose, concentrandosi sul dualismo tra vecchio e nuovo nel rapporto tra padre O'Malley e padre Fitzgibbon ricorrendo al riconoscibile senso dell'umorismo tra i due attori e alla presenza disinvolta di Bing Crosby per umanizzare la figura del sacerdote.

In questo film manca la componente coniugale ma è presente in modo struggente ed emozionante una sequenza che riguarda il vecchio sacerdote Fitzgibbon e l'anzianissima madre, ed è una sequenza che ha qualcosa di epico alla John Ford e una lievità di particolare luminosità e grazia.

Si fa esperienza qui del calore dell'amore agapico.

Il film fu un trionfo di botteghino e nel 1945 fece incetta di Oscar (per il film, la regia, l'attore protagonista, l'attore non protagonista, la sceneggiatura e la migliore canzone).

In Going My Way rilevante è la musica e le melodie di classici come Silent Night e Ave Maria, in questo modo il regista, appassionato di musica, con Crosby, ebbe l'opportunità di lanciare successi canori come Going My Way, Too-Ra-Too-Ra-Too-Ra e soprattutto Swinging on a Star.

The Bells of St.Mary's (1945) può considerarsi un seguito del fortunatissimo Going My Way, ma in questo film il regista ha trovato il modo di ritornare alla coppia senza violare le scelte religiose dei due protagonisti. Padre O'Malley trova infatti una compagna in suor Mary Benedict interpretata da Ingrid Bergman quando viene assegnato a una modesta parrocchia dove suor Benedict è madre superiora e dirige una scuola per bambini bisognosi. Ed è proprio in questo rapporto delicato e bonario che il regista rappresenta all'apice la gloria del matrimonio. I due sono accumunati dalla fede, dall'amore per la musica, e per i bambini. Il film descrive però un cattolicesimo pragmatico dove è necessario saper cogliere la strategia migliore per il suo scopo di bene (vi è anche un passaggio in cui la madre superiora incoraggia un bambino molto timido a saper tirare di boxe). In questo film Dio mostra il suo volto nel mutamento d'animo di un vecchio spietato (Henry Travers) e nella trasformazione di alcuni bambini, ma la comunione spirituale è descritta superbamente da McCarey in un momento tra i più struggenti, quello in cui padre O'Malley confessa a suor Benedict che la sua decisione di trasferirla non è per qualche sua mancanza, ma per far sì che lei possa curarsi da una grave malattia in un clima migliore.

Infine Good Sam (1948) è l'ultimo dei film religiosi di McCarey, un film abitato da zone d'ombra come il contemporaneo La vita è meravigliosa di Frank Capra. Anche in questo film il protagonista vive un momento disperato, al verde e ubriaco mentre contempla la sua sconfitta.

Il virtuoso eroe, forse il più affine a McCarey, Sam Clayton (Gary Cooper) è un buon samaritano moderno, che scopre le difficoltà di vivere una vita “buona” sotto il segno della carità cristiana nel 1948, dove un esercito di scrocconi e parassiti approfitta della generosità altrui.

Fa da contraltare a Sam la moglie Lou (Ann Sheridan) nel tenere in piedi la famiglia e il film mostra le difficoltà e le tribolazioni proprie di quelle famiglie della classe media americana del dopoguerra.

La conclusione del film tra cantate in compagnia e strisciante spiritualità conduce a un momento culminante «in cui le risate si mischiano alle lacrime»[5]

 

 

Beatrice Balsamo

 

 

Riferimenti

 

Collectif, Leo McCarey. Le burlesque des sentiments, Cinémathèque française, 1998.

Stanley Cavell, Alla ricerca della felicità. La commedia hollywoodiana del rimatrimonio, Einaudi, Torino, 1999.

Guido Fink, Gaio e tragico! Breve e interminabile! Le frontiere della commedia in Storia del cinema americano, a cura di Giampiero Brunetta, Einaudi, Torino 2006.

Paola Cristalli, Commedia americana, Le mani, Recco (Genova) 2007.

Dave Kehr e Steve Massa, Seriously Funny. The Films of Leo McCarey, Il Cinema Ritrovato XXIX Edizione, Bologna 2015.



[1]. Dave Kehr e Steve Massa, Seriously Funny. The Films of Leo McCarey, Il Cinema Ritrovato XXIX Edizione, Bologna 2015, p. 263.

[2]. Ivi, p. 270.

[3]. Ivi, pag.279.

[4]. Stanley Cavell, Alla ricerca della felicità. La commedia hollywoodiana del rimatrimonio, Einaudi, Torino 1999, p.15.

[5]. Dave Kehr e Steve Massa, Seriously Funny. The Films of Leo McCarey, cit., p. 284.