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TRACCE DI JOHN FORD
Si chiama Sean Aloysius O´Fearna o O´Feeney comincia a lavorare come assistente di suo fratello, attore e regista, conosciuto come Francis Ford. Scelse un nome, una firma drammatica: John Ford. I suoi numerosi film e le sue diverse linee di produzione, di forme e forze, rendono difficile una scelta ridotta di titoli tra decine di film che formano un’ampia tela sin dal 1917... I primi grandi film nord americani si elaborano partendo da forze vitali che costruirono la nazione, come gli epici russi che esaltavano la rivoluzione di ottobre. Sono un vasto immagazzinamento di disturbi, sintomi, trasformati in immagine, un’immagine destinata a tutti, e che, come tutte le immagini, è una memoria incosciente del tempo... John Ford, il formalista John Ford, avvalendosi della sua celebre “economia di mezzi”, filma in ambienti esterni, pionieri, vergini, che conservano e custodiscono rovine, indizi, macchie di memoria, tracce di un mondo antico, schierati dell’antica America, preistorica, del soggetto decentrato, presente nei suoi film. I paesaggi sono scene che suggeriscono un dramma o l’evocazione di un mito, la plasticità espressiva del suo stile, la figuratività dei significanti, torna, ritorna e torna ancora, percorre in chiarimenti mutui tutti i paesaggi del film. Quanto di un’anima si nasconde in una sopraciglia? Sono molti i suoi film dove in una sosta deserta, conflittuosa, gesti patetici sono composti, attivati, in vivi momenti di tragedia allo stato puro… Appena un piccolo esempio di The Searchers (Sentieri selvaggi): Ethan Edwards (John Wayne) si agita, si getta nel fumo che fuoriesce dalla parte esterna della casa carbonizzata, saccheggiata, di suo fratello Aron. Nel furore, corpo ritorto, disperato dal terrore, gesti di Laocoonte, cerca e grida il nome dell’amata cognata, la sua passione, morta nel massacro: Martha! Martha! La camera, nel buio di un deposito dal punto di vista del cadavere di Martha, senza mostrarlo, filma il volto o fantasma che si avvicina, senza speranza, di un uomo devastato dal dolore, portato nel piano al punto massimo di espressione. L’immagine reclama il suo fuori-immagine (N.d.T. fuoricampo), il suo elemento costitutivo, la sua condizione necessaria. Il fuori-immagine che si forma lì è la spuma avvelenata della fatalità portata all’ebollizione sublime, movimentazione di tutta l’anima, una salita di gradi delle sensazioni forti, e delle più forti: orrore!orrore!orrore!orrore!orrore! L’utilizzo ripetuto, durante vari anni e vari film, di un congiunto di attori suppone nell’immagine fordiana un desiderio, una memoria di facce (volti), di gesti, di grafie, di una psicologia che lasciano nell’immagine un marchio, in ogni quadro di un cordone di fotogrammi di lungo intervallo dove si struttura una sopravvivenza in tempi eterogenei di stati di spirito, di pathos, di lunga durata nella cultura. Un perseverante anacronismo cammina, conduce, a una sensazione di eternità, di permanenza, di collasso del tempo, di depersonalizzazione... Maureen O´Hara, John Wayne, John Carradine, Andy Divine, Ward Bond, Russel Simpson, i tre fratelli indiani navajos, sono tra gli altri, nel tempo e nella luce, dislocazioni di ombre migranti, immagine sopravvivenza, tratto di disegno ricoperto e modellato in malto o argilla, un’argilla mutevole, plastica, cambiante, stesa nel letto tempo... Ancora Sentieri selvaggi e l’arte allusiva di lunga durata: Il gesto, cristallo di memoria storica, di Ethan nel finale del film, visto dalla porta “in the wilderness”, è una ricreazione allusiva al gesto di incrociare appena un braccio appoggiandolo sull’altro disteso, tipico di Harry Carey protagonista di decine di western muti fatti da John Ford. Olívia Carey e Harry Carey Jr, sono in elenco, sono parte dell’immagine di Sentieri selvaggi.
Un’ultima curiosità, una familiarità strana, un dettaglio di Stagecoach (Ombre rosse) che trasforma tutto: Esistono centinaia di film industriali dove l’apparizione di qualcosa fuori del previsto, come ombre nei visi degli attori, riflessi di ombre nello scenario, movimenti involontari, alcuni attori o gli stessi tecnici fuori dal controllo, guasto nello storyboard ecc, producono “difetti” spontanei e non sperati. Imprevisto. Sono molti gli esempi di questi “difetti” nella storia del cinema, tuttavia, la proiezione di un’ombra strana in scena è molto rara, più rara quando quest’ombra involontaria rivela la presenza dell’equipe mentre filma un farwest... Questo non è tollerato. In Ombre rosse questo esempio è sconcertante. Esiste una scena in questo film nella quale un’ombra dell’equipe e della camera appare in campo, creando un effetto intempestivo di ombre portée (castshadow). Questa intromissione, questo imprevisto, l’inaspettato di un errore o la noncuranza, un’erranza, fu il benvenuto dal savoir-faire della produzione industriale. C’è qui in questo passaggio di fotogrammi una fiducia spensierata, generosa, tollerante con lo spettatore, un dettaglio rivelatore che frattura la trama, l’equipe appare filmando, la scena non fu ritirata, non fu bandita come un’intrusa indesiderata, nel film industriale... La lasciarono lì, poi, per esser brevissimi, questi fotogrammi non sarebbero stati percepiti e il tempo di questi (para)fotogrammi, rivelatori di un meccanismo sempre occulto, tuttavia assicurarono il ritmo, la durata precisa, desiderata del piano... Si lasciarono lì come il segnale presente e fino ad un certo punto invisibile di un’avventura, avventura di spirito in pellicola... La figura merita un taglio: - Sollevata del suo peso, la diligenza è legata ai tronchi di un albero, che servono come boe improvvisate per sostenerla nella traversata del fiume, si dirige dal margine in direzione delle acque. La camera sistemata sulla diligenza avanza tra le acque in plongee, l’equipe con la camera in azione, appare proiettata in ombra sulla cappotta della carrozza sovrannaturale. In pieno traveling, l’equipe e gli strumenti, lanciano il legno nell’acqua, s’immergono tutti insieme con la diligenza fantastica nella traversata spaventosa...
Brevissima nota: Mogambo Posizioni esterne e spostamenti interni in quattro linee di partitura musicale. C’è un documentario di gorilla, in back-projection. Sono immagini fatte per organizzare certe scene, lo stesso significante delle immagini iniziali di Jules Marey, Thomas Edison o dei fratelli Lumière risorgono metamorfosando in altri apparecchi culturali... Il maschile e il femminile, la bionda e la mora, l’uomo e il gorilla, differenti ripetizioni...
Qui nella mia lista, selezione fatta oggi, anche ora in questo temerario momento, senza considerare gli importanti film dell’anno di formazione dal 1917, la scelta è fatta tra i film fatti dopo il 1930.
Onda energetica 1: La pattuglia sperduta, Il traditore, Il prigioniero dell’isola degli squali, Uragano, Ombre rosse, Com’era verde la mia valle, Sfida infernale, Un uomo tranquillo, In nome di Dio, Sentieri selvaggi.
Onda energetica 2: Il fuggitivo, Furore, Viaggio senza fine, Il massacro di Fort Apache, La furia umana, I cavalieri del Nord Ovest, I dannati e gli eroi, Soldati a cavallo, Cavalcarono insieme, L’uomo che uccisi Liberty Valence .
Così parlò, senza paura, un “enfant terrible” del cinema: “I tre maggiori registi del cinema americano sono John Ford, John Ford e John Ford!”
Julio Bressane Rio, aprile 2009
Traduzione dal portoghese all’italiano di Liliana Navarra; immagini selezionate e parzialmente modificate da Vanessa Agudo. |













