Se il cinema di Malick è monumentale, lo è alla Stonehenge, di una maestosità tersa e onesta, che procura una ammirazione lucida, priva di qualsiasi senso di malinconia (quando si ha tanta classe non si può essere malinconici) pur di fronte ad un mondo antico, neolitico, abitato da spettri di un'umanità indefinita, come alieni di passaggio diretti ad un' altra terra.

Le fotografie in apertura di Days of Heaven definiscono immediatamente la chiarezza semantica dell'opera di Malick (che, nonostante l'uso continuo della voce narrante, non implica necessariamente il desiderio di attestare un principio, viceversa l'assioma permette sempre una scomposizione semiotica), il rapporto intrinsecamente indicale con il cinema, con la vita dell'uomo nel cinema. 

Agli sguardi dei lavoratori di inizio '900 (fotografia come punto sull'esistenza, il passato che diventa futuro, tempo della mia morte. In qualsiasi volto umano fotografato mi riapproprio della mia morte. Le foto sono sempre su una lapide, altro indice, la fotografia di un uomo è sempre la fotografia di un morto, di me-morto, indipendentemente da chi vi sia ritratto) si alternano immagini di vita lavorativa e di momentaneo svago  della classe operaia, anche se in realtà la tematica della brutalità del lavoro non spicca, Steinbeck è lontano, non c'è scontro tra  l'intellettualismo del regista e le fatiche dei contadini (tra il pensatore e l'operaio vi è solo un diverso rapporto con lo sforzo muscolare, sosteneva Gramsci).

L'indice come direzione da seguire, il treno, elemento costante di questo film, che dà via, nel suo movimento,  a un viaggio, una Recherche che non ci appartiene, a cui l'uomo partecipa solo a favore di qualcosa di ignoto, di qualcun'altro.

L'occhio di Malick è alla continua ricerca di segni semiotici, distinti, cristallini. Lo sguardo diretto all'obbiettivo di Bill (l'indice per eccellenza, sono io a cercare la cinepresa o viceversa? Sono io a decidere della mia vita? E' il sema della nuova cultura americana post baby-boom e pre-scientology, di cui Bill sembra essere il pioniere, antenato prossimo di Mr. O'Brien in The Tree of Life, l'attitude come rito apotropaico in favore del nostro destino: “Secondo Bill quella gente aveva qualcosa che non andava. Non era solo questione di sfortuna, loro non facevano niente per stare meglio”) il padrone che indica il grano da raccogliere ai manovali, il cane che segnala la preda durante la battuta di caccia, il fucile che la punta, il proiettile che la insegue, la mano che indica lo schermo, lo schermo che proietta il film di Chaplin: per Malick, la vida es signo, la vita è direzione (nel film, le figure dei lavoratori, ombre  vengono e vanno con il treno, sono il treno), movimento longitudinale lungo un mondo, una natura che si estende sempre, a nostro malgrado, verticale, come un campo di grano, come il fuoco.

È perpendicolarmente che sorgono i guai, è sempre dal basso che tutto viene bloccato (“Una volta ho conosciuto un tizio, si faceva chiamare Din Dong. Diceva che tutta la terra un giorno andrà a fuoco, le fiamme verranno fuori da tutte le parti e saliranno sempre più in alto. E bruceranno anche le montagne. E anche l'acqua andrà a fuoco”) sotto brulicano le cavallette, dentro cova il diavolo a cui Linda fa continuamente riferimento e l'incendio, appiccato dal padrone, dà vita alla profezia.

L'alternativa al movimento è lo sguardo, prolungato e reciproco, come un voltarsi dall'altra parte, rifiutare di andare avanti: il sottaciuto amore di Bill e Abby, o quello ancora più silente tra Abby e il fattore.

Ma c’è sempre, a priori, qualcosa di incestuoso nell’amore, di innaturale, o quantomeno di inappropriato (da Badlands a The New World). Non è permesso trattenersidopo la mietitura (mi è sempre parso, al contrario di ciò che si dice, che ci sia un gran desiderio di staticità nei personaggi di Malick, che sia tutto il resto a scorrere sotto, mentre si cerca di star fermi). Nel mondo nomade di Bill e gli altri l’esistenza va seguita senza remore nel suo monologo segreto, nella sua innocua processione infinita (“Certe volte mi sentivo molto vecchia. Come se fossi già morta”, racconta Linda dei giorni spensierati passati alla fattoria).

Certo si può decidere di scendere, appoggiare l'orecchio al suolo, e ascoltare il cielo che si spacca, il tuono, il temporale.

Ogni tanto pensavo a cosa avrei fatto nella vita. Forse potevo fare il geologo, studiare la terra e quello che c'è sotto”.  Per conoscere quello che c'è sotto... vedi sopra. The new world is the old world.

 

                                          Sigismondo Domenico Sciortino

Aeroporto di Caracas, Venezuela, 23 settembre 2011