GABRIEL BORTZMEYER – Da Nosferatu all’Antropocene: L’ecologia demoniaca di Werner Herzog

Antonio Papa

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Alla scoperta del cinema di Werner Herzog, uno dei più importanti registi tedeschi del Novecento col suo remake di Nosferatu

Alla fine di The Demon Screen, il suo grande libro sul cinema muto tedesco, Lotte Eisner cita un nome che per lei porta con sé la speranza di una resurrezione del cinema nazionale: Werner Herzog, allora un uomo di pochi film.

l'ecologia demoniaca di Werner Herzog
Alla scoperta dell’ecologia demoniaca di Werner Herzog (AnsaFoto) – lafuriaumana.it

Il cineasta ricambiò questo elogio sotto forma di una devozione amichevole, il cui monumento resta il taccuino scritto durante il suo cammino da Monaco a Parigi, Sulla via del ghiaccio, quando, alla fine del 1974, si convinse che solo questo solitario corteo avrebbe potuto salvare il suo mentore dalla malattia che la colpì.

Qualche anno dopo uscì il suo remake di Nosferatu di Murnau (1922 e 1979), per il quale possiamo supporre che l’ispirazione provenisse in parte da questo recensore critico. Ma a quanto pare tutti questi titoli non creano un erede. Herzog deplora spesso il fatto di poter essere associato all’espressionismo (etichetta storica altrimenti errata), e rifiuta ogni volta che può qualsiasi collegamento con questo romanticismo tedesco in cui Eisner vedeva l’origine lontana del cinema da lui raccontato.

La “parentela” di Herzog col romanticismo tedesco

Questa negazione è ovviamente troppo feroce per non costituire un’ammissione di discendenza. Non c’è bisogno di cercare molto lontano per trovare prove di parentela: stesso tuffo nella notte della mente, stesso amore per le sciocchezze e i sogni a occhi aperti, stessa ossessione per le figure di tirannia e pestilenza – le allucinazioni di Cesare ne Il gabinetto del dottor Caligari (Robert Wiene, 1920) ) o le fantasmagorie in cui si bagna il Faust di Murnau (Faust, una leggenda tedesca, 1926) anticipavano le manie di Fitzcarraldo (1982) o l’ipnosi collettiva di Cuore di vetro (1976), come Mabuse e Caligari preparavano i folli autocrati di Aguirre, il Wrath of God (1972) o Echoes of a Dark Empire (1990, su Bokassa).

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I lavori di Werner Herzog (AnsaFoto) – lafuriaumana.it

Quanto alla peste portata dal primo Nosferatu, si è diffusa in un’opera per la quale l’essere stesso non è altro che un rigoglioso marciume. Soprattutto, Herzog rivendica – attraverso la celebrazione del suo pittore preferito, David Caspar Friedrich – un gusto seminale per i “paesaggi dell’anima”, in termini presi in prestito dai “beseelten Landschaften” di cui Eisner fece uno dei tratti distintivi dell’espressionismo [4] . Se sogna più spesso se stesso come un sopravvissuto americano che come un romantico tedesco, il cineasta non può separarsi del tutto da un marchio che dedica il suo cinema a visioni febbrili.

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